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Mafia senza confini
febbraio 23, 2009Anna Maria Pancallo
Pensate a una rete, fitta, di corda. Attorniato da questa rete c’è un uomo. Schelling lo chiama Edipo, vi invito invece a pensare che in questa rete ci sia il nostro Paese, che girandosi e rigirandosi tra le trame di questa ne viene soffocato. A strangolare la nostra amata terra sono le organizzazioni mafiose, che allungano i loro tentacoli sull’intero territorio italiano. Perchè se è vero che le mafie prendono piede nel Meridione, è lecito affermare che le stesse gestiscono affari, ottengono profitti, investono i loro proventi in tutta la penisola, estendendosi finanche al resto dell’Europa e del mondo. Chi parla delle organizzazioni malavitose definendole un’emergenza sbaglia completamente approccio al problema. Sarebbe più opportuno considerarle delle vere e proprio tare storiche, dei macigni che ci portiamo dietro da oltre un secolo. A poco servono le milizie inviate a presidiare i luoghi “più caldi”, quelli dove si è consumato l’ennesimo omicidio, dove si è compiuta l’ennesima strage. Non è definendo personaggi dai trascorsi “equivoci e turbolenti” degli eroi che si fornisce alla società un esempio di legalità. Intorno alla seconda metà dell’ 800, Pasquale Villari, nelle sue “Lettere meridionali” scriveva di due strumenti, due “leve”, che utilizzate congiuntamente potevano arginare e debellare il fenomeno mafioso. Se l’attuazione della prima di esse, ovvero la prevenzione, spettava alla società civile, e consisteva nell’educare al rispetto della legalità, del vivere civico e civile, la seconda, la repressione, era compito al quale dovevano sopperire gli organi preposti, quelli dello Stato. Se non esiste una forte volontà politica di fondo, a poco servono dichiarazioni di intenti, proclami e gesti simbolici. E’ l’egemonia economica che rende “invincibili” le mafie ed è li che deve mirare l’azione della politica italiana. Intuizione brillante questa, a cui in primis pensò Pio La Torre, sindacalista e dirigente del partito comunista siciliano, ucciso nel 1982. La legge n 109/1996 permette di aggredire le ricchezze accumulate dalle mafie nel nostro Paese e destinare tali beni a finalità pubbliche o di utilità sociale. Se la confisca e il riutilizzo hanno successo, ciò ha un duplice valore, trovando attuazione entrambe le “leve”. Si colpiscono le mafie nella loro credibilità, queste perdono i loro presidi, le loro fortezze e vengono aggredite laddove sono presenti, attive, forti. Una rapida mappatura dei beni e delle aziende confiscate ci consente di capire la dislocazione territoriale delle organizzazioni malavitose. Al 30 giugno del 2008 i beni confiscati sul territorio nazionale sono 8.385, più della metà sono già stati destinati per finalità istituzionali o sociali. Questo quadro ci viene fornito dall’Agenzia del demanio ed è molto interessante commentare un dato in particolare : il 16% di questi beni sono stati confiscati nel Lazio e in Lombardia, regioni che tipicamente non rientrano nel novero di quelle a più alta densità mafiosa. Eppure su questo dato nessuno pone l’accento, non ci si sofferma ad esaminarlo con cura. Non ci si cura del fatto che quando la ‘ndrangheta e la mafia siciliana decidono di “acquistare un locale” al centro di Roma o di Milano non intendono comprare una pizzeria, bensì investire i loro proventi su un’intera via. Si tratta con superficialità il tema del grado di penetrazione raggiunto dalle mafie nella pubblica amministrazione. La legge del 1996 è uno tra gli strumenti più importanti del nostro tessuto normativo per contrastare il fenomeno mafioso. E’ evidente che c’è ancora molto da migliorare, a partire dalla costituzione di un’Agenzia ad hoc che si occupi di seguire l’iter compiuto dai beni dal momento del loro sequestro fino a confisca avvenuta.
(Terza Generazione – Febbraio 2009)







































